
Sgombrando il campo da inutili confronti di circostanza, come ricordato poco sopra, questa produzione scaligera offre la possibilità di ascoltare, nel ruolo del titolo, una delle giovani voci più promettenti del momento, Marta Torbidoni.Il soprano, scritturato originariamente per la sola data cui abbiamo assistito, si è trovato, a causa indisposizione della collega prevista in locandina, ad anticipare il debutto meneghino di qualche giorno e, per questo motivo, a sostenere due recite della produzione. Torbidoniaffronta il temibile ruolo del titolo con una vocalità lirica e pastosa, grazie alla quale riesce a cesellare, tra l’altro, una bella esecuzione, lungamente applaudita al termine, della celebre “Casta diva”. Di fronte ad una scrittura tra le più temibili, l’artista si mostra piuttosto sicura, sfoggia un buon legato e tutta la consapevolezza tecnica necessaria per risultare parimenti efficace, nei passi di agilità come nei cantabili. Plaudiamo, senza dubbio, alla cura del fraseggio e alla varietà dell’accento, caricato di una espressività pertinente e drammaturgicamente coerente. Attraverso questa interpretazione, il soprano mette in evidenza la femminilità e la vulnerabilità di una donna fortemente innamorata e vittima di un contrasto emotivo che la strugge senza requie. Una Norma forse meno aulica, ma non per questo meno autentica e moderna.